Nel decimo anniversario della visita di Papa Francesco in Georgia, i Camilliani hanno inaugurato e benedetto un nuovo Centro di riabilitazione per persone con disabilità. È accaduto il 1° ottobre 2026 a Kutaisi, in Georgia, esattamente dieci anni dopo la storica visita di Papa Francesco al Centro di assistenza dei Camilliani a Tbilisi.
È stata una giornata speciale non soltanto per la comunità camilliana locale, ma soprattutto per coloro ai quali la nuova struttura è destinata. L’apertura di un ulteriore luogo di assistenza è diventata una testimonianza del fatto che l’amore cristiano deve tradursi in gesti concreti, nella cura quotidiana della persona, specialmente di chi vive segnato dalla sofferenza e dalle limitazioni.
Nel suo incontro a Tiblisi, Papa Francesco incontrò persone malate, anziane e bisognose di sostegno, insieme a coloro che ogni giorno dedicano le proprie energie al loro servizio. In quell’occasione ricordò che i poveri e i deboli sono la «carne di Cristo» e che la cura nei loro confronti costituisce un segno distintivo dei discepoli di Gesù.
Da quell’incontro sono trascorsi dieci anni. Il messaggio del Papa ha trovato la propria continuazione proprio a Kutaisi. È nato un luogo nel quale la consolazione di Dio può esprimersi attraverso una riabilitazione professionale, la pazienza dei terapisti e la cura quotidiana delle persone bisognose. I due avvenimenti sono uniti non soltanto dalla data, ma soprattutto dallo stesso modo di intendere la misericordia cristiana. Al centro rimane la persona, la cui dignità non dipende dall’età, dalla salute o dalle capacità fisiche.
Un nuovo centro, ma soprattutto la persona
Dietro ogni disabilità si nasconde una storia concreta. Ci sono genitori che da anni si prendono cura dei propri figli. Ci sono persone per le quali compiere il gesto più semplice richiede uno sforzo enorme. Ci sono famiglie stanche di un’assistenza continua, alla ricerca di un sostegno professionale, ma anche di una semplice e autentica comprensione umana. È proprio per loro che è nato il Centro di Kutaisi.
Durante la solenne Santa Messa è risuonata con particolare forza la convinzione che la persona umana sia molto più del proprio corpo, di una diagnosi o dei propri limiti. «La dignità della persona non comincia con la capacità di essere autonoma e non termina quando questa viene meno». Questa frase dell’omelia ha rappresentato uno dei messaggi più importanti della celebrazione. In un mondo che così spesso giudica le persone in base alle loro capacità e ai loro risultati, è stata ricordata la dignità inalienabile di ogni essere umano.
Per questo la missione del nuovo Centro non sarà soltanto quella di migliorare le capacità fisiche. Sarà anche quella di aiutare la persona a scoprire ciò che rimane ancora possibile. La riabilitazione non dovrebbe limitarsi alla domanda: «Che cosa non riesci a fare?». Dovrebbe piuttosto chiedere: «Che cosa possiamo fare insieme perché tu possa fare di più?».
Giobbe, che chiedeva una presenza
Un significato particolare alla celebrazione è stato dato dalla liturgia della Parola. La prima lettura ha richiamato la figura biblica di Giobbe, un uomo il cui mondo era crollato. Nel mezzo della sofferenza pronunciò parole struggenti: «Pietà, pietà di me, almeno voi, amici miei». Giobbe non chiedeva una lezione sul significato della sofferenza. Non si aspettava risposte facili. Aveva bisogno di una persona. Di qualcuno che si sedesse accanto a lui, lo ascoltasse e non distogliesse lo sguardo.
In queste parole si nasconde il significato profondo della riabilitazione. Essa non comincia soltanto con uno strumento specialistico o con un esercizio. Comincia dall’incontro, dalla fiducia e dalla pazienza. Da una persona capace di dire a un’altra: «Sono con te. Proviamoci insieme». Giobbe pronuncia però anche altre parole: «Io so che il mio redentore è vivo».
È la professione di speranza di un uomo che continua a soffrire, ma non si abbandona alla disperazione. Non sempre si può promettere il pieno recupero delle capacità fisiche. Non ogni terapia si concluderà con il successo sperato. Si può però cercare pazientemente ciò che è possibile e non lasciare mai sola la persona.
«Pace a questa casa»
Il Vangelo di quel giorno raccontava l’invio dei settantadue discepoli da parte di Gesù. Cristo raccomandò loro di salutare gli abitanti di ogni casa nella quale sarebbero entrati con le parole: «Pace a questa casa». Sebbene si benedicesse un centro di riabilitazione e non un’abitazione, le parole di Gesù hanno assunto un significato particolare.
Una casa, infatti, è molto più di pareti e di un tetto. È uno spazio di sicurezza, accoglienza e fiducia. Un luogo nel quale la persona può essere sé stessa, senza paura di essere rifiutata. Il nuovo Centro di Kutaisi dovrebbe avere proprio qualcosa di questa dimensione familiare. Chi viene per la riabilitazione non dovrebbe sentirsi un numero di paziente o un altro caso clinico. Dovrebbe sperimentare di essere una persona importante e che ogni suo sforzo viene riconosciuto.
Per questo, durante la benedizione, si è pregato non soltanto per l’edificio, ma anche per le mani dei terapisti, per la loro competenza, pazienza e professionalità. Per tutti coloro che affronteranno il difficile cammino della riabilitazione e per le famiglie che gioiranno anche del più piccolo progresso dei propri cari. Perché non si benedicono i muri per i muri stessi. Si benedice un luogo affinché sia al servizio della persona.
Le grandi vittorie dei piccoli passi
La data della celebrazione aveva anche un altro significato particolare. Il 1° ottobre la Chiesa fa memoria di Santa Teresa di Gesù Bambino, che ricordava come si possano compiere grandi cose attraverso piccoli gesti realizzati con grande amore. È difficile trovare un’immagine più bella della riabilitazione.
Un movimento. Poi un altro. Qualche centimetro in più. Il primo gesto compiuto autonomamente. Il primo passo dopo lunghi mesi di esercizi. Agli occhi di chi osserva dall’esterno può sembrare poca cosa. Ma per chi ha lottato per settimane per ottenere quel piccolo progresso, può rappresentare una vittoria immensa.
Anche il Centro è nato attraverso piccoli passi. Prima è arrivata l’idea, poi i colloqui, i progetti, la ricerca dei finanziamenti, il lavoro e il superamento delle successive difficoltà. Grazie alla perseveranza di molte persone, da questi piccoli passi è nata un’opera che potrà diventare il luogo di nuove vittorie umane.
Un’opera di tanti cuori e di tante mani
La celebrazione è stata anche un’occasione per esprimere gratitudine a tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione del Centro. Un ringraziamento particolare è stato rivolto ai Camilliani, che si sono assunti la responsabilità di realizzare il progetto, e anche a Paweł, Lasha, Zygmunt e Akaki. Dietro ciascuno di questi nomi ci sono un lavoro concreto, responsabilità e impegno personale.
Sono state ringraziate le organizzazioni che hanno sostenuto finanziariamente il progetto, i benefattori, i volontari, i progettisti, le imprese esecutrici e tutte le persone di buona volontà. Alcuni hanno offerto denaro, altri competenze, tempo ed esperienza. Ogni gesto ha avuto la sua importanza.
Durante l’omelia è stato ricordato un bellissimo proverbio georgiano: «Fa’ il bene e gettalo nell’acqua; se il pesce non lo vedrà, lo vedrà Dio». In queste parole c’è qualcosa di profondamente vicino alla spiritualità di San Camillo. Il vero amore non ha bisogno di pubblicità. La sua ricompensa più grande è il bene dell’altra persona.
Il ringraziamento più bello per tutti coloro che hanno contribuito alla nascita del Centro sarà una persona che, grazie a questo luogo, riuscirà a compiere il primo passo autonomamente, recupererà una maggiore autonomia oppure sentirà semplicemente di non essere stata dimenticata.
L’amore che si fa azione
La Georgia, terra di una tradizione cristiana plurisecolare legata a Santa Nino, è diventata un altro luogo nel quale continua a vivere il carisma di San Camillo de Lellis. San Camillo insegnava ai suoi confratelli a riconoscere Cristo stesso nella persona malata. Non si fermava alle parole. Andava là dove qualcuno aveva bisogno di aiuto. Dopo oltre quattrocento anni, i suoi figli spirituali cercano di vivere la stessa vocazione, anche in terra georgiana. Dieci anni prima Papa Francesco era giunto in Georgia con un messaggio di pace: «Pax vobis» – «Pace a voi». Ora, durante la benedizione del nuovo Centro, sono risuonate nuovamente le parole di Cristo: «Pace a questa casa». Due date. Due avvenimenti. Un’unica storia d’amore che non vuole rimanere soltanto una parola.
Non è possibile prevedere quante persone beneficeranno dell’aiuto del nuovo Centro. Quante piccole e grandi vittorie saranno conquistate qui. Quante volte scenderanno lacrime di gioia e quante altre volte sarà necessario affrontare la stanchezza o l’insuccesso. Ma se anche una sola famiglia si sentirà meno sola, se anche una sola persona recupererà una maggiore autonomia, se anche un solo bambino sperimenterà la gioia di superare i propri limiti, lo sforzo compiuto sarà stato di valore inestimabile.
Proprio per questo acquistano un significato particolare le parole risuonate verso la conclusione dell’omelia: «È bello che tu ci sia. Non sei solo. Proviamo ancora una volta. Andremo avanti insieme». Perché talvolta il grande cammino di una persona comincia da un unico, piccolissimo passo. Dieci anni dopo l’incontro di Papa Francesco con le persone assistite dai Camilliani a Tbilisi, si sono aperte altre porte, questa volta a Kutaisi. Porte oltre le quali ogni persona possa trovare aiuto, sicurezza e speranza. Che possano rimanere sempre spalancate.

