In questo anno dedicato alla vita consacrata

USIGUnione Internazionale Superiore Generali
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Sr. Patricia Murray ibvm

Sr. Patricia Murray è un membro dell’Istituto della Beata Vergine Maria (Suore di Loreto). È stata il primo Direttore Esecutivo del Progetto Solidarietà col Sud Sudan, una nuova iniziativa intercongregazionale sostenuta da oltre 250 Congregazioni religiose di diversi Paesi. Nell’aprile 2014

Sr. Pat ha assunto il ruolo di Segretaria Esecutiva della UISG.

Originale in inglese

Il filosofo e poeta irlandese John O’ Donoghue una volta ha descritto la grazia come “il clima permanente della bontà divina; la perenne infusione di aria primaverile nella desolazione invernale”.

In questi ultimi mesi, le parole e i gesti simbolici di Papa Francesco hanno reso tangibile la grazia di Dio. Il Pontefice ci ha mostrato il modo in cui le donne e gli uomini di buona volontà, ma soprattutto i religiosi, devono essere presenti in un mondo spesso segnato da una desolazione di enormi proporzioni che influenza la vita delle singole persone, delle famiglie e di interi settori della società. Alcuni di questi momenti di grazia si ergono come fari che richiamano ad una trascendenza che è nelle nostre capacità umane. Forse, mentre leggerete queste riflessioni, ricorderete un momento particolare o una frase che ha toccato il vostro cuore, ha sfidato la vostra immaginazione e vi ha invitati ad un nuovo modo di essere.

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Papa Francesco e Vinicio Rico

Uno dei momenti più significativi per me è stata la profonda tenerezza con cui Papa Francesco ha abbracciato Vinicio Rico, l’uomo italiano affetto da neurofibromatosi, una malattia che ha coperto il suo corpo di escrescenze, gonfiori e piaghe pruriginose. In Piazza San Pietro, il Papa lo ha abbracciato con tanta spontaneità, senza dire una parola. Vinicio, abituato agli sguardi attoniti dei passanti, è rimasto quasi confuso dalla mancanza di esitazione del Papa. Riflettendo in seguito su quell’incontro ha detto: “Non ha avuto timore della mia malattia … mi ha abbracciato senza parlare … Ho sentito un grande calore”. La zia che lo accompagnava in questo pellegrinaggio a Roma ha ricordato di aver

guardato le scarpe di Papa Francesco e di aver pensato “Sì, sono le scarpe di una persona che cammina davvero tanto”. Anche se l’incontro è durato poco più di un minuto, Vinicio ha detto che è tornato a casa sentendosi dieci anni più giovane, come se un peso fosse stato tolto dalle sue spalle. Questo incontro tra Papa Francesco e Vinicio ci ricorda concretamente i tanti incontri di Gesù con uomini e donne affetti da vari tipi di malattia e di esclusione o immersi nella tristezza per la perdita di una persona cara o per una vita incompiuta. Questo incontro ci mostra il modo in cui noi, come cristiani e religiosi, dobbiamo essere nel mondo e quello che siamo chiamati a fare.

Mentre iniziamo l’Anno della Vita Consacrata e l’anno dedicato alla preparazione del Sinodo sulla Famiglia, gli elementi di questo toccante incontro nella piazza di San Pietro ci indicano quel viaggio interiore ed esteriore che Papa Francesco invita tutti, religiosi e laici, ad intraprendere. L’ “abbraccio spontaneo”, l’“assenza di paura”, “una persona che davvero cammina tanto” e “togliere i pesi” sono tutti indicatori di ciò che dovrebbe accadere durante un cammino di trasformazione. Sia l’Anno della Vita Consacrata che il Sinodo sulla Famiglia ci invitano ad intraprendere questo viaggio. Nella Lettera Apostolica che annuncia l’inizio di questo anno speciale, i religiosi e i loro compagni laici sono chiamati a riflettere sugli obiettivi di questo tempo speciale.

Una persona che davvero cammina tanto

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Camilliani e Camilliane della Vice Provincia del Perù

In primo luogo, durante l’Anno della Vita Consacrata i religiosi sono invitati a ricordare e ad essere grati per tutto quanto è avvenuto nella loro storia passata. Ripercorrendo la loro storia, i religiosi possono ricordare il modo in cui, in diversi secoli, la chiamata di Cristo ha guidato i loro fondatori a leggere i segni dei tempi e a rispondere coraggiosamente, creando diverse forme di vita religiosa per andare incontro ai bisogni del loro tempo. Alcuni hanno lasciato il loro Paese, hanno attraversato oceani e viaggiato fino ai confini del mondo conosciuto per annunciare il messaggio liberante del Vangelo a diverse nazioni e culture. Per altri, il ritmo quotidiano di preghiera e lavoro all’interno della tradizione monastica era un modo di vivere la solidarietà con un mondo bisognoso. Altri ancora hanno intuito le potenzialità che i religiosi, uomini e donne, potevano offrire, uscendo dalla clausura monastica per andare incontro ai bisogni di educazione e di salute e per rispondere ad ogni tipo di problema sociale. Più recentemente le nuove forme di vita consacrata prevedono che i loro membri vivano nel cuore della vita ordinaria, nei luoghi di lavoro, vivendo come buoni vicini nelle loro comunità locali. Ripercorrendo i secoli troviamo tante cose per cui essere grati, ma ci sono anche tante cose per le quali dobbiamo chiedere umilmente perdono, individualmente e collettivamente.

Tuttavia questo percorso di gratitudine e penitenza non è sufficiente, perché l’Anno della Vita Consacrata ha un altro scopo che è quello di scoprire “…una grande storia da costruire!”. I religiosi non devono solamente ripercorrere la storia passata per riflettere sul loro carisma di fondazione e sulla sua crescita e sviluppo nel corso degli anni, ma devono camminare verso quegli orizzonti del futuro dove lo Spirito li invia “per fare cose ancora più grandi”. Dove sono le nuove periferie che i religiosi devono raggiungere? Come i loro fondatori, i religiosi hanno letteralmente bisogno di camminare verso le nuove periferie dei bisogni, guidati dai loro carismi di fondazione. Raramente, le persone che hanno più bisogno vengono oggi a bussare alle porte dei conventi o dei monasteri, non cercano sacerdoti o religiosi. Spesso sono deluse dalle Istituzioni – compresa la Chiesa -, che si sono mostrate indifferenti verso i loro problemi personali o familiari. Come Papa Francesco, anche i religiosi devono apparire agli occhi altrui come persone che davvero camminano tanto, che sono pronti a raggiungere e a camminare fisicamente nelle aree periferiche e depresse, nelle aree ‘proibite’ e nelle difficili zone rurali, per bussare alle porte, per fermare la gente per strada per una chiacchierata, per individuare i luoghi in cui si svolgono le conversazioni e le discussioni, per fare amicizia. In tal modo, come una presenza gentile e discreta, possono stendere una mano per aiutare i fratelli e le sorelle.

Un abbraccio spontaneo, senza paura

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Camilliani del Benin Togo

Questo Anno della Vita Consacrata richiama i religiosi anche a vivere il presente con passione. La Lettera Apostolica dice chiaramente che dobbiamo chiederci se “ci lasciamo interpellare dal Vangelo; se esso è davvero il “vademecum” per la vita di ogni giorno e per le scelte che siamo chiamati ad operare”. Se desideriamo che il Vangelo sia la fonte di un vivere appassionato, dobbiamo riscoprire nuovamente la sua freschezza. Esso deve diventare il vademecum quotidiano per la nostra vita. Dobbiamo leggerlo e riflettere e discernere a cosa e dove ci chiama. La Lettera Apostolica sottolinea che “vivere il presente con passione significa diventare esperti di comunione”, “testimoni e artefici di quel “progetto di comunione” che sta al vertice della storia dell’uomo secondo Dio”. Nel nostro mondo diviso, frantumato, i religiosi, uomini e donne, devono diventare testimoni dell’incontro e della vera comunione.

In una società dello scontro, della difficile convivenza tra culture diverse, della sopraffazione sui più deboli, delle disuguaglianze, siamo chiamati ad offrire un modello concreto di comunità che, attraverso il riconoscimento della dignità di ogni persona e della condivisione del dono di cui ognuno è portatore, permetta di vivere rapporti fraterni.

Papa Francesco invita i religiosi ad essere presenti là dove vi sono conflitti e tensioni, per essere un segno credibile di unità. Nel Sud Sudan, il progetto internazionale e intercongregazionale, chiamato “Solidarietà col Sud Sudan”, è una testimonianza di unità. I vari membri delle comunità di Solidarietà, che provengono da molte culture diverse, con la loro presenza testimoniano la diversità della famiglia umana e la ricchezza che scaturisce quando ogni persona è rispettata e i doni di tutti sono condivisi. La loro passione per il Vangelo e il loro impegno per il popolo del Sud Sudan, che ha sofferto per le devastazioni della guerra, testimoniano che essi hanno accolto l’invito ad essere presenti laddove le situazioni sono particolarmente difficili e delicate. Queste comunità internazionali mostrano, inoltre, quanto sia importante per ognuno di noi esaminare il modo con cui ci relazioniamo alle persone di diverse culture, dato che i nostri paesi, le nostre città e le nostre comunità stanno diventando sempre più multiculturali. Nella vita comunitaria i religiosi devono domandarsi se tutti i membri si sentono accettati per la loro cultura e valutare il modo in cui ci si aiuta vicendevolmente a diventare corresponsabili della missione e dei ministeri della nostra Congregazione.

Il Progetto Talitha Kum contro la tratta di persone, un’altra iniziativa internazionale ed intercongregazionale, è un’altra potente testimonianza di comunione. Singoli frati e suore, sostenuti dalle loro comunità, percorrono le strade dei loro Paesi, mettendo in guardia le comunità isolate dal pericolo della tratta di esseri umani e offrendo rifugio a coloro che vengono salvati dalla tratta. Altri religiosi e religiose rivendicano le leggi necessarie a perseguire i colpevoli, mentre altri denunciano la corruzione della polizia, dei funzionari doganali e le reti mafiose che opprimono i loro fratelli e sorelle. La collaborazione tra religiosi e laici contribuisce a creare una potente rete per la vita.

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P. Kinvi, Camilliano

I religiosi, in molte parti del mondo, lottano accanto agli agricoltori senza terra, alle vittime della guerra, ai migranti e alle vittime di diversi tipi di schiavitù. Il Papa ricorda ai religiosi che, come i loro fondatori e fondatrici che, in carità e giustizia, si sono messi a servizio dei più bisognosi, anche loro oggi devono interrogarsi se i loro ministeri e la loro presenza rispondono fedelmente ai bisogni del mondo contemporaneo alla luce dei carismi delle congregazioni. Le nostre risposte devono essere creative ed adattarsi alle culture e ai contesti in cui ci troviamo.

L’abbraccio spontaneo tra Papa Francesco e Vinicio simboleggia l’unione profonda che può realizzarsi in un breve lasso di tempo quando tra due persone avviene un vero incontro. Vi è assenza di paura, un calore genuino che crea comunione. Qualche giorno fa ho ascoltato una Suora dell’India parlare del lavoro della sua Congregazione con le giovani donne vittime della tratta. Le Suore vanno di notte con la polizia nelle stradine oscure e nei bordelli nascosti per salvare donne e ragazze prigioniere della prostituzione. Questo lavoro è pericoloso, ma le Suore non hanno paura. Sento ancora la voce della Suora che diceva: “Se devo morire perché il mondo riconosca l’enormità di questo problema, io sono disposta a farlo”. L’assenza di paura e la profondità della sua compassione è un segno potente del suo desiderio di essere in comunione con le sue sorelle che sono oppresse.

Togliere i pesi

Infine, la Lettera Apostolica parla della necessità che i religiosi abbraccino il futuro con speranza. La vita religiosa in tutto il mondo si trova ad affrontare molte sfide: la diminuzione delle vocazioni e l’invecchiamento, soprattutto nel mondo occidentale, i problemi economici a seguito della grave crisi finanziaria mondiale, le sfide dell’internazionalità e della globalizzazione, nel Sud del mondo. Inoltre, molti religiosi oggi sentono profondamente i fallimenti del passato e portano dentro un profondo sentimento di vergogna. Vi è un senso all’aver a volte fallito nel prenderci cura di chi è più vulnerabile. Solo da una posizione di debolezza piuttosto che da una posizione di potere o privilegio, noi religiosi possiamo veramente parlare di compassione misericordiosa e del perdono di Dio. Possiamo quindi testimoniare la verità delle parole della Scrittura: “Quando sono debole, è allora che sono forte”. (2Cor. 12, 10).

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Camilliani e Camilliani durante l’incontro mondiale per giovani consacrati e consacrate

Nella Lettera Apostolica Papa Francesco dice: “Continuiamo e riprendiamo sempre il nostro cammino con la fiducia nel Signore”. Siamo invitati a dimostrare che nella nostra debolezza possiamo rivolgerci a Dio e ricevere il suo abbraccio compassionevole. Ciò che noi proclamiamo non è il nostro lavoro, ma il fatto che cerchiamo di servire da lievito del Regno di Dio e che a volte non riusciamo a farlo. L’invito di Papa Francesco ai religiosi a “svegliare il mondo” richiede che noi per primi ci svegliamo alla misericordia e alla compassione di Dio. Dopo aver sperimentato l’incommensurabile bontà amorosa di Dio possiamo assumerci il compito di risvegliare gli altri e andare avanti. Il peso della nostra fragilità umana ci è stato tolto e noi possiamo mostrare che Dio può di riempire il nostro cuore di felicità fino all’orlo, che non dobbiamo cercare la nostra felicità altrove, che “la gioia del Signore è la nostra forza”.

<9> C’è un’umanità intera che aspetta: persone che hanno perduto ogni speranza, famiglie in difficoltà, bambini abbandonati, giovani ai quali è precluso ogni futuro, ammalati e vecchi abbandonati, ricchi sazi di beni e con il vuoto nel cuore, uomini e donne in cerca del senso della vita, assetati di divino…

<7> Siamo sfidati a trovare il modo di creare “spazi alternativi”, dove lo stile del Vangelo – uno stile di donazione, comunione, in cui si abbracciano le differenze e ci amiamo gli uni gli altri – possa prosperare. Siamo invitati a diffondere l’ideale della fraternità, perseguito dai nostri fondatori e dalle nostre fondatrici in tutto il mondo, in cerchi concentrici sempre più ampi e a fare della nostra vita “un santo pellegrinaggio”.

C’è molto da fare, il pellegrinaggio della vita continua, ma noi sappiamo che Dio ci accompagna lungo il cammino. Per concludere faccio riferimento ancora una volta alle parole di John O`Donoghue. Meditando il mistero della grazia ha scritto:

<9> Grazia… esprime quanto sia incessante e ininterrotta la presenza di Dio. Non ci sono compartimenti, angoli o rotture nel flusso della Grazia. La Grazia è il clima perenne della bontà di Dio. Esprime compassione e comprensione per tutte le dimensioni ambivalenti e contradditorie dell’esperienza umana e del dolore. Questo clima di bontà nutre il terreno ferito del cuore umano e chiede di lacerare il suolo per guarire e portare fecondità. 

La grazia di Dio ci nutra, ci rinnovi e ci trasformi durante questo Anno della Vita Consacrata.