In ricordo di p. Leocir Pessini, Superiore generale ad un anno dalla sua morte

Oggi, 24 luglio, ricorre il primo anniversario della morte del nostro superiore generale, p. Leocir PESSINI.

Per ricordare la sua persona ed il suo ministero vissuto tra di noi, riproponiamo alla vostra riflessione la sua omelia, pronunciata il 14 luglio 2014, durante la Messa solenne di chiusura dell’anno giubilare camilliano, nella chiesa di Santa Maria Maddalena a Roma, a chiusura del IV centenario della morte del nostro Fondatore San Camillo de Lellis.

Era anche l’inizio ‘ufficiale’ del suo ministero come nuovo superiore generale del nostro Ordine camilliano.

Un umile ma coinvolgente manifesto programmatico di vita …

Cari confratelli, stimate sorelle camilliane, amici laici che condividete con noi il carisma e la passione di San Camillo per l’uomo fragile, malato e bisognoso, un saluto di cuore a tutti voi!

All’inizio di questa mia riflessione, desidero dare voce ad alcune riflessioni e sentimenti che affollano il mio animo.

Sono anzitutto sentimenti di gratitudine verso la Chiesa da cui ci sentiamo continuamente amati e sostenuti: Papa Francesco, la Congregazione dei Religiosi, gli amici di altri istituti. In questi mesi abbiamo percepito con chiarezza che il cuore materno della Chiesa ha protetto la purezza originaria della “piccola pianticella” del nostro carisma e ci ha spinti con coraggio a rilanciare il dono prezioso della carità misericordiosa verso i malati. È fresco nella nostra mente e nel nostro cuore l’augurio accorato che papa Francesco ci ha rivolto ieri, durante l’Angelus in piazza San Pietro: al culmine di questo anno giubilare ci ha invitato «ad essere segno del Signore Gesù che, come buon samaritano, si china sulle ferite del corpo e dello spirito dell’umanità sofferente, versando l’olio della consolazione e il vino della speranza … per crescere insieme con tutti gli operatori sanitari, sempre più nel carisma di carità, alimentato dal contatto quotidiano con i malati».

Siamo destinatari e depositari non solo di un passato denso di vera gloria evangelica e degno di memoria grata, ma siamo anche responsabili del tempo presente da vivere con gioia e passione nella nostra vocazione, per servire con compassione samaritana i malati, e in questo sforzo gioioso, dobbiamo anche con umiltà e tenacia porre le condizioni migliori per il nostro futuro da costruire insieme, assecondando con fiducia le mozioni dello Spirito Santo.

Condivido il privilegio di stare insieme con voi in questa giornata storica in cui celebriamo i 400 anni della nascita al cielo del nostro Fondatore san Camillo: noi apparteniamo alla generazione dei camilliani che – pur senza merito – ha ricevuto la grazia di vivere questo appuntamento provvidenziale con la storia.

In questo appuntamento con la storia, abbiamo la percezione forte dello scorrere del tempo: noi, però, viviamo non nella dimensione del Κρόνος, del tempo che passa inesorabile e ci segnala le ombre e la fine ineluttabile di ogni vita e di ogni progetto; ma viviamo nello spirito del ιρός, del tempo opportuno, del tempo di provvidenza, del tempo di grazia che ci segnala che il mondo e la storia – soprattutto la nostra storia personale e quella dell’Ordine – vanno incontro non alla loro dissoluzione ma al loro compimento.

Viviamo questa festa, in questa chiesa della Maddalena che – già nel suo nome – ci ricorda l’esperienza di ogni uomo e donna che si sentono perdonati ed accolti dalla misericordia di Dio. Camillo ne fece un’esperienza così intima che segnò in modo indelebile ogni sua altra scelta di vita. Questa chiesa e questa casa sono la sintesi preziosa del bene compiuto da tanti confratelli in 400 anni: vite spese per testimoniare nella quotidianità della vita l’amore di Dio per l’uomo; volti e biografie che raccontano la passione per Dio incarnato nell’umanità che chiede salute, dignità, prossimità (cfr. Mt 25)!

Ci sentiamo quindi particolarmente responsabili nel custodire e nel far crescere il patrimonio carismatico che ci è stato depositato nel cuore e nelle mani.

Come ulteriore sorpresa dello Spirito, oggi inizia il suo mandato di corresponsabilità, animazione e servizio anche il nuovo Governo generale dell’Ordine, eletto durante il recente Capitolo generale straordinario. Tale Capitolo è stato vissuto da tutti noi come un’autentica esperienza di fraternità nella verità e di comunione nella diversità, tra i camilliani, rappresentanti di tutto Ordine.

Siamo riuniti insieme per celebrare l’eucarestia – autentico rendimento di grazie a Dio – accomunati dalla figura e dallo spirito di san Camillo. Che cosa ci lascia come sua preziosa eredità, a partire dall’evento centrale della sua conversione che lo ha portato ad una conoscenza sempre più sapiente e realistica di sé e sempre più integrale delle altre persone?

Camillo, sulla scia del samaritano, ha progressivamente imparato a collocare al centro dello sguardo e dell’azione la persona, accolta in prospettiva empatica ed olistica: Camillo non rispondeva solo alla malattia, ma accoglieva ogni persona ferita dalla malattia nella sua più profonda ed inalienabile dignità.

Ha vissuto l’amore per l’ammalato, custodito con sensibilità materna e femminile, con quella cura che univa l’etica con l’estetica: Camillo spesso – raccontano i biografi – paragonava la cura dei malati ad una sinfonia; il loro grido insistente e stridente ai suoi orecchi era una musica dall’armonia ineffabile; camminava solerte e delicato tra i letti dei malati come con passo di danza; l’ospedale di Santo Spirito era da lui paragonato ad un giardino di frutti e fiori odorosi. Camillo introduce nella cura dei malati l’idea della bellezza, un fascio di luce, di colore, una nota di allegria e di profumo.

Camillo vive lo spirito del “fare bene il bene”, secondo verità, bontà e bellezza. Questa idea è stata recentemente riproposta da papa Francesco: «la Chiesa esiste per comunicare proprio questo: la Verità, la Bontà e la Bellezza ‘in persona’». Annunciare la Verità che è Gesù, la Bontà che è il servizio della carità e la Bellezza della vocazione cristiana che «deve diventare azione, così come l’unzione dell’olio santo deve raggiungere le “periferie”. L’olio prezioso che unge il capo di Aronne non si limita a profumare la sua persona, ma si sparge e raggiunge “le periferie”. Il Signore lo dirà chiaramente: la sua unzione è per i poveri, per i prigionieri, per i malati e per quelli che sono tristi e soli» (Cfr. Papa Francesco, Discorso del 16 marzo 2014, in occasione della Udienza ai rappresentanti dei media).

Camillo ha scoperto la sua periferia esistenziale del cuore e delle relazioni, realizzando un’accoglienza incondizionata verso tutti quei poveri e miserabili che non rientravano nella logica elitaria del grande rinascimento e propone invece un grande “umanesimo plenario”.

Proprio in questa sua azione, Camillo realizza praticamente una nuova scuola di carità che oggi potremmo chiamare una nuova scuola di giustizia, dal momento che non è possibile scindere l’evangelizzazione dall’annuncio dell’anno di grazia del Signore. «Lo spirito mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (cfr. Is. 61,1-11; Lc 4,18-19).

Per Camillo, la domanda sull’uomo è la domanda su Dio! In questo senso comprendiamo meglio il dettato della nostra Costituzione: «Con la promozione della salute, con la cura della malattia e il lenimento del dolore, noi cooperiamo all’opera di Dio creatore, glorifichiamo Dio nel corpo umano ed esprimiamo la fede nella risurrezione» (n. 45). È la risposta della prossimità, la risposta del servizio, che è sempre urgente perché, come ha scritto Benedetto XVI, «la carità sarà sempre necessaria, anche nella società più giusta» (cfr. Deus caritas est, 28). Dal momento che «il programma del cristiano — il programma del buon Samaritano, il programma di Gesù — è “un cuore che vede”» (cfr. Deus caritas est, 31): questo programma diventi anche per noi religiosi camilliani una sfida per crescere noi ed aiutare a crescere coloro che incontriamo nella “formazione del cuore”.

Di fronte al senso odierno della vita piuttosto banalizzato, comprendiamo la perenne attualità e il graffio profetico del messaggio di san Camillo. Per noi oggi è il vangelo vivo da comprendere, vivere, condividere e prassificare nel servizio alla persona ammalata. Il tutto sia fatto con serenità, gioia, unità, senza paura, con quel candore e scaltrezza che sanno distinguere tra santità ingenua e santità profetica per re-innamorarci del nostro carisma; con una sana fedeltà alla tradizione che ci impegna ad un creativo passamano ricco di novità, proprio perché la fedeltà esige il cambiamento intelligente, condiviso ed appassionato.

Oggi siamo chiamati ad essere discepoli missionari nel mondo della salute, contribuendo ad accrescere la cultura dell’incontro in opposizione alla cultura dell’indifferenza, dell’efficienza a tutti i costi e dello scarto, uscendo dal nostro egoismo ed alimentando – come ci ricorda S. Agostino – la santa inquietudine del cuore, della ricerca, dell’amore (cfr. Parole dal magistero di papa Francesco: «Rallegratevi…». Ai consacrati e alle consacrate verso l’anno dedicato alla Vita consacrata).

Concludo con un invito alla preghiera per tutti i malati, in particolare per i nostri confratelli ammalati che, nella stagione difficile dell’anzianità o della sofferenza, continuano ad essere testimoni fedeli del carisma; una preghiera per chiedere al Signore il dono di sante vocazioni e la perseveranza fedele di tutti noi e in particolare dei giovani confratelli in formazione perché con il loro entusiasmo possano contagiarci per un autentico rinnovamento della nostra vita consacrata.

San Camillo con le sue “mille benedizioni” e Maria – Salute dei malati e Madre e Regina dei Ministri degli Infermi – continuino ad intercedere per noi presso il Signore!

 

Roma, 14 luglio 2014

Leocir Pessini
Superiore Generale