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Il volto che cura, quello di Cristo, si riflette in S. Camillo

Il volto che cura è il tema della catechesi che padre Gianfranco Lunardon, Vicario generale dei Ministri degli infermi, ha tenuto il 27 giugno presso il Santuario del Sacro Volto di Manopello, in provincia di Pescara, in occasione della traslatio delle reliquie di San Camillo.

Il volto è un racconto: reca tracce, ferite, cicatrici. Ogni volto è una mappa che dice età, sofferenza e gioia, apertura o difesa. La fisionomia e le espressioni, il dato genetico e il modo in cui ce ne siamo appropriati sono sempre intrecciati, inscindibili.

Il volto non è un frammento isolato, una maschera, ma è in sé il segno di un intero (la persona integrale) e del suo legame con una totalità (la famiglia umana): ogni volto reca le tracce di altri volti, le somiglianze dicono filiazione e fraternità.

Il volto è quanto di più umano possediamo, per questo sfigurare è voler privare dell’identità, oltre che della dignità.

Nell’esistenza storica di San Camillo De Lellis (1550-1614) possiamo distinguere due grandi volti: uno precedente alla conversione e uno successivo.

Quando San Camillo nella Valle dell’inferno crolla terra, invoca il volto del perdono e della misericordia di Dio.

Dopo la conversione, su San Camillo si riflette il tema della sofferenza, della malattia, della presa in carico delle persone ammalate, povere.

Su di lui si sovrappone un altro profilo: è il volto di Cristo che si rivela a Camillo e che Camillo reinterpreta continuamente attraverso i malati.

Nonostante l’agiografia presenti il fatto come un momento puntuale e datato, la conversione di Camillo è stato un processo lento, durato tutta la vita, non certo un fatto episodico di quel 2 febbraio del 1575.

Dal momento in cui fece l’esperienza dell’amore di Dio, Camillo venne ferito “di colpo così profondo che mentre visse poi ne portò sempre la memoria e i segnali nel cuore”.

Camillo “porta lo sguardo al centro” di sé e lì fa la scoperta più sconcertante della sua vita: vede il suo miserabile stato e lì vicino un Dio che lo ama comunque.

Forse quella fu la prima volta che guardò in modo nuovo Dio, iniziò a scoprirne il vero volto, che è “sempre-oltre” i nostri schemi, le nostre idee, le nostre immagini, i nostri ideali.

Dal momento in cui permise al volto di Dio di risplendere di luce propria, Camillo ne rimase invincibilmente attratto.

Camillo scopre che Dio è Dio e non un uomo, che non può essere racchiuso nelle strettoie delle nostre prospettive, che è novità continua e continuamente ci sorprende, che i suoi pensieri non sono i nostri pensieri.

Il vero conoscimento “di Dio” da parte di Camillo è quello di una misericordia al di là di ogni speranza. L’esperienza spirituale di Camillo appare profondamente segnata da una nuova presa di coscienza dei propri limiti e peccati. Passa dal desiderio di “salvare la propria vita”, al desiderio di “perderla per Dio”.

Ciò che prima appagava il cuore e gratificava i suoi bisogni, si rivela ora insignificante di fronte al nuovo modo di vedere sé stesso di fronte a Dio. Ma anche in questo caso, non è altro che la dimostrazione che è proprio il limite a diventare occasione di salvezza, offerta e di sacrifico di sé stessi.

Prima Dio era posto in una posizione in cui poteva appagare il desiderio, rispondere ai bisogni, ora Camillo scopre un Dio che invece di appagare i desideri, ne comunica di propri (“i miei pensieri non sono i vostri pensieri”), provoca, mette in crisi, crea tensione, e chiede all’uomo di desiderare non più i propri, ma secondo i desideri del suo cuore.

In una prospettiva esistenziale, il cambio di orizzonte implica una rivoluzione copernicana, in cui – concretamente – Camillo toglie se stesso dal centro dell’universo e vi rimette Dio.

Dalla vicenda di Camillo possiamo capire che spesso la conversione non è un fatto eccezionale o prodigioso, ma piuttosto un processo di purificazione, un cambiamento radicale del proprio orizzonte di vita. È il passaggio dall’illusione all’incontro, dai miei desideri ai Suoi, dalla falsa all’autentica esperienza spirituale.

Camillo ci invita ad andare al di là dell’apparenza, a guardare noi stessi di fronte alla croce, e lasciarsi mettere nella verità dalla sua parola.

Il richiamo al vero amore ci mette di fronte all’urgenza di domande quali: che cosa sto veramente cercando nel servizio dei malati, che faccio? Per chi sto facendo quello che faccio? Chi mi fa fare quello che sto facendo? A chi sto donando di fatto questa parte del mio tempo, delle mie energie, della mia vita?

Se le risposte che riusciamo a darci, non sono in grado di andare al di là dell’apparenza di quel “bene” che facciamo in modo visibile perché gli altri non lo ignorino; se dietro il flusso di gratificazioni che inevitabilmente sostengono e motivano le nostre scelte quotidiane non emerge l’unica vera risposta – cioè “mi impegno per Gesù Crocefisso” – allora stiamo ingannando noi stessi e forse gli altri.

Se la risposta esistenziale, che si concretizza negli stili di vita, nelle piccole scelte ordinarie di cui sono fatte le nostre giornate non è ‘per Gesù Crocefisso’, inevitabilmente, sarà sempre una risposta riconducibile al ‘per me stesso’.

Chi si è incamminato nella via della misericordia per vero amore di Dio, sarà certamente provato con la sofferenza il dolore, la debolezza. La prova, il limite sono la condizione ordinaria che ci si presenta quando permettiamo alla “parola della croce” di attraversare la nostra vita.

Dio sembra lasciarci infatti le nostre debolezze, ci lascia quella spina che ci fa “molto patire”, come antidoto alla nostra vanità, “perché non montiamo in superbia” (Rm 12, 7) per il bene che facciamo, affinché sotto la spinta della ricerca della gratificazione, non perdiamo “la pretiosa margarita della carità”!

Leggi la catechesi di padre Lunardon (ITA)

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