Spiritualità degli operatori della pastorale sanitaria

Spiritualità degli operatori della pastorale sanitaria
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San Camillo de Lellis

La spiritualità è uno stile di vita o un modo di vivere secondo le esigenze del Vangelo. Parlare di spiritualità non significa parlare di una parte della vita, ma di tutta la vita; significa parlare della presenza del Signore nella nostra vita e nella comunità cristiana. Possiamo dire che la spiritualità dell’operatore della pastorale sanitaria consiste nel vivere la vita secondo lo spirito di Gesù misericordioso, che è passato facendo il bene, curando e guarendo ogni infermità e sofferenza.

Pertanto, vivere il rapporto con Dio nel servizio a coloro che soffrono è l’espressione di una maniera particolare di vivere la vita nello spirito.

L’amore di Dio per noi è un amore gratuito e incondizionato che ci spinge a comunicarlo a quanti ci circondano e, in modo speciale, a tutti coloro che soffrono. Aparecida ci invita a fare delle nostre comunità un centro d’irradiazione della vita in Cristo perché il mondo creda (cf. Aparecida 362).

Gesù ci chiede di essere misericordiosi come il Padre suo e con la sua vita ci mostra chiaramente il cammino. Si commuove profondamente di fronte al dolore e alla sofferenza degli uomini. Vivere la vita secondo lo spirito della misericordia significa rendere presenti l’amore e la tenerezza di Dio presso coloro che soffrono con atteggiamenti, gesti e parole risanatrici (cf. Lc 6, 36).

Si tratta di una spiritualità generatrice di speranza e di vita. Il Dio che ha risuscitato Gesù è un Dio che offre la vita laddove gli uomini causano la morte. L’operatore pastorale è chiamato ad essere una presenza pasquale accanto a coloro che soffrono. Vivere come uomini e donne risorti significa orientare la nostra vita verso un amore creativo e una solidarietà che genera la vita. La nostra vicinanza e il nostro accompagnamento saranno cammino di speranza, di risurrezione.

Questa convinzione profonda dà al nostro servizio ai malati una dimensione di culto: è il sacramento della presenza, è quando il servizio si fa contemplazione. Un rapporto profondo nel Signore che ci porta a “vedere Cristo nel malato ed essere Cristo per il malato”. Il Vangelo di San Matteo si costituisce per noi come una fonte permanente di spiritualità: “In verità vi dico: tutto quanto farete a uno di questi miei fratelli più piccoli, lo avrete fatto a me” (cf. Mt 25,31-46).

Il fatto di scoprire Cristo nel malato ci chiama ad essere attenti alla sua Parola, a nutrirci del pane di vita, ad avere un atteggiamento contemplativo e orante. Senza questo riferimento al Signore e alla sua Parola, il nostro annuncio perderebbe il suo orizzonte, la sua efficacia. Siamo chiamati a coniugare mistica e impegno, contemplazione e azione.

Si tratta di una spiritualità incarnata che esige un atteggiamento di disponibilità e apertura ad ascoltare inquietudini, problemi, angustie, sofferenze e speranze. Si tratta di una spiritualità vissuta a partire dal quotidiano: ci viene chiesto di rendere ragione della nostra speranza, di essere luce e sale della terra.

Benedetto XVI ci propone il programma del buon samaritano: “un cuore che vede”. Questo cuore vede dove c’è bisogno di amore e agisce di conseguenza (Deus caritas est 31).

Giovanni Paolo II ci dice che il buon samaritano è colui che sa:

  • Trattenersi: fermarsi, trovare tempo e spazio, non passare oltre, essere disposti a cambiare programma, non rimanere indifferenti (cf. Salvifici doloris 22).
  • Avvicinarsi: per ascoltare, comprendere, condividere, accompagnare.
  • Donarsi: farsi dono, farsi carico e accudire, farsi prossimo, bendare le ferite con olio e vino. Fare spazio al fratello nel nostro cuore, affinché si senta come a casa sua. Essere una compagnia silenziosa e affettuosa, una presenza materna della Chiesa che avvolge con la sua tenerezza e rafforza il cuore.
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Camilliani in Centrafrica

All’ascolto della Parola del Signore, impara a leggere, partendo dalla fede, l’esperienza della sofferenza e del dolore, impara a scoprire l’azione di Dio e a viverla con speranza. L’operatore pastorale ha imparato che il servizio al malato non si può realizzare senza il sacrificio e la rinuncia. Da qui nasce la forza di abbandonarsi nel Signore, la capacità di dare senza aspettare ricompensa, il superamento della ripugnanza, il saper comprendere le più diverse situazioni, l’apertura e la disponibilità verso tutti, la sensibilità, il dono della gratuità.

È una persona contemplativa, di silenzio e preghiera. Sa avvicinarsi con delicatezza e rispetto al mistero della sofferenza, non per spiegarlo né per difendere Dio, ma per testimoniare la presenza del Signore che ama, è solidale e accompagna. Incarna valori evangelici quali la comprensione, la misericordia, l’amore, la dedizione, la gioia. Sull’esempio di Gesù, Buon Pastore, è fedele alla missione di comunicare la vita e porsi al servizio della vita. Benedetto XVI ci invita a contemplare i santi della carità, portatori di luce nella storia; a fare del servizio un culto gradito a Dio, a celebrare la liturgia della carità (cf. Aparecida 353; Deus caritas est 40).

Maria, la Madre di Gesù, si presenta come modello di accudimento e “impegnata in un servizio di carità alla cugina Elisabetta, presso la quale resta circa tre mesi per assisterla nella fase terminale della gravidanza. (…) è una donna che ama (…) Lo vediamo nella delicatezza con la quale a Cana percepisce la necessità in cui versano gli sposi e la presenta a Gesù” (Deus caritas est 41). L’ora della madre arriverà soltanto nel momento della croce, che sarà la vera ora di Gesù. Quando i discepoli saranno fuggiti, ella rimarrà ai piedi della croce (cf. Gv 19, 25-27). La donna della speranza ci insegna a stare accanto a chi soffre e accompagnarlo con il coraggio e la tenerezza di una madre.