Fratel Leonardo, la «sfida» di prendersi cura degli ultimi

di MIELA FAGIOLO D’ATTILIA in Avvenire, 17/03/2021 p. 14

In preparazione alla Giornata dei missionari martiri, la storia del camilliano ucciso a 78 anni da un ospite della Tenda di San Camillo a Riposto, nel Catanese, dove il religioso accudiva malati di Aids e tossicodipendenti

Fratel Leonardo Grasso ha incarnato il comandamento di san Camillo: «Prendersi cura dei fratelli malati, dei sofferenti, degli emarginati per rendere la loro vita dignitosa». Come Paolo, uno dei suoi assistiti che anche se dava segni di instabilità ed era ossessionato dalla paura del Covid-19. E lo ha ucciso. Era ospite della struttura dei Camilliani gestita da fratel Grasso, 78 anni, fino a 50 agente immobiliare a Catania.

Aveva maturato nel tempo la decisione di dedicare la sua vita agli altri, sempre cercando di incontrare Cristo nei sofferenti. In una trasmissione televisiva a cui era intervenuto alcuni anni fa aveva sottolineato come la sua vita somigliasse molto a quella dello stesso san Camillo de Lellis, che dopo una vita sregolata aveva dedicato tutto se stesso ad aiutare gli altri. Così, nel 1993 fra Leonardo aveva creato una struttura di accoglienza e di cura, la Tenda di San Camillo a Riposto, Comune sul mare ai piedi dell’Etna, una struttura per tossicodipendenti e malati di Aids.

La sua vocazione adulta era orientata al servizio agli ultimi, intrecciando la sua vita alla loro, come ricorda fratel Carlo Mangione nel video realizzato da Luci nel mondo. Fratel Grasso aveva scelto di indossare il saio con la croce sul petto dei Ministri degli Infermi per abbracciare gli ultimi intrecciando la sua vita con la loro nella Tenda in cui accoglieva senzatetto e persone in difficoltà «vivendo nel silenzio, nel nascondimento ma nell’intensità di un carisma vissuto. Aveva un cuore di madre nell’accompagnare chi aveva bisogno». Uno dei primi a correre sul luogo della morte del Camilliano è stato fratel Salvatore Barbagallo, avvertito all’alba del 5 dicembre scorso della scoperta del cadavere e delle assurde circostanze della morte in un incendio che ha distrutto buona parte dell’edificio e che si è rivelato fin dall’inizio di natura dolosa. Gli ospiti della Tenda sono rimasti illesi e questo avvalora la tesi degli inquirenti che il colpevole volesse colpire solo fratel Leonardo, proprio la persona che di lui si era sempre occupato di più. Proprio lui che era al centro di una rete di persone sofferenti, disagiate, spesso sole e senza altri punti di riferimento. Lui che era sempre pronto ad ascoltare, ad affiancarsi come un amico e come un padre a chi aveva bisogno di un compagno di strada per camminare, per non restare da solo lungo il difficile sentiero di vita.

Oggi in molti ricordano la sua persona, quella carica di speranza che sapeva dare a chiunque bussasse alla porta della sua Tenda. A tutti dava tanto di sé, una testimonianza di Vangelo vivo, speso nelle vicende quotidiane accanto ai più fragili. Il confratello Salvo Pontillo, che coordina la mensa dei poveri nella vicina Casa del Sollievo San Camillo ad Acireale, sottolinea: «Pochi giorni prima avevo portato dei pasti davanti alla struttura. Fratel Leonardo era lì che mi aspettava con il suo solito sorriso e con quella forza di trasmettere i suoi insegnamenti a noi sacerdoti più giovani. Trasformava con le sue parole tutto ciò che era drammatico, ai malati si dedicava con cura di madre, sposando a pieno il quarto voto che facciamo noi camilliani: essere disposti a rischiare la vita per amore di chi si sta aiutando».

Sono tanti a rendere omaggio a quell’uomo buono che aveva deciso di vivere come san Camillo de Lellis, il patrono dei malati, degli infermieri e degli ospedali. Leonardo curava le malattie fisiche come quelle dell’anima: il dolore, la solitudine, le ferite profonde che la vita lascia nell’animo umano. Se ne prendeva cura, gli ha dedicato la sua vita. Dava a tutti una grande carica vitale, come è stato per Nino, un amico che dice: «Ho perso un padre e un fratello». E sua moglie Joy, la cuoca della struttura, ricorda: «Grazie a lui oggi io so cosa vuol dire la parola Dio, mi ha insegnato ad essere quella che sono oggi. Mi manca la sua presenza, il suo sorriso, dava coraggio e serenità a tutti quelli di cui si prendeva cura».

 

Per celebrare la ventinovesima Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei missionari martiri abbiamo scelto lo slogan “Vite intrecciate”.

Il missionario martire è tessitore di fraternità: la sua vita si intreccia con quella dei popoli e delle culture che serve e incontra. L’umanità intera intreccia la propria esistenza con quella di Cristo, riscoprendosi così tralci della stessa vite.

QUI l’introduzione alla Giornata, l’approfondimento al tema e il materiale di animazione.