Se San Camillo tornasse…

Di Domenico Casera in Camillianum – Libri di storia e spiritualità camilliana – Vari, N.15, 1997, pp. 79-88

Ho meditato  a lungo su questo titolo, che mi è stato assegnato senza un preventivo accordo; lì per lì mi spaventava. Camillo de Lellis, col suo fisico di gigante, ma soprattutto con le sue doti di grande organizzatore, di trascinatore di giovani nel servizio ai malati, di viaggiatore infaticabile per portare in tutta Italia la sua riforma dell’assistenza, di carismatico attivo, efficiente, tanto da far dire di sé che nella chiesa era difficile trovare un santo che lo superasse nel servizio degli infermi, attira, ma anche intimidisce. È un’aquila, è stato detto giustamente.

L’aquila è un uccello presente nelle mie montagne, è il simbolo della regione. Ricordo d’averla vista girare al largo meravigliosamente , con volo perfetto, e scendere a picco sulla preda, per risalire poi con aerea eleganza verso il suo nido. Ma a quale animale mi identifico poco. Preferisco lo scricciolo, molto più discreto, utile ai campi.

Nel mio tentativo di onorare il titolo assegnatomi vi pregherei di tener presente il principio scolastico: quidquid recipitur, ad modum recipeintis recipitur.

Invito a visitare la Corsia Sistina

Vi invito a visitare con me la Corsia Sistina in Santo Spirito, dove San Camillo ha lavorato per trent’anni e dove, felicemente lavoro anch’io da sei. Entrò a Santo Spirito nell’estate del 1584, dopo aver lasciato S. Giacomo. Era sacerdote da pochi mesi. Aveva preso alloggio con alcuni suoi compagni della Madonnina dei Miracoli, in locali umidi e malsani, poi in Via delle Botteghe Oscure. Più tardi traslocherà alla Maddalena, che è anche oggi la sede centrale del suo Ordine. Il servizio che offriva a Santo Spirito era volontario.

Come si presenta S. Spirto a Camillo e al piccolo gruppo dei suoi seguaci che andava via via aumentando? Non è difficile immaginarlo perché l’ospedale di allora è rimasto intatto fino ai nostri giorni, vecchio di cinque secoli, ma resistente, umiliato dalla non cura, ma non al punto da non lasciar intravedere i segni delle sue origini nobili e delle sue linee architettoniche armoniosissime.

La porta del Paradiso

Entriamo. Oltrepassato il portale esterno, cui fa da cornice un elegante avancorpo a tre ordini di epoca barocca, ci troviamo di fronte a un secondo portale per il quale l’aggettivo meraviglioso non è sprecato. È di Andrea Bregno e risale al 1478, installato dunque in contemporanea alla corsia sistina. Dicono sia il punto più bello della Roma quattrocentesca. Sul limite esterno del portale ci sono due colone scanalate di porfido screziato, sormontata da ornatissimi capitelli. Festoni marmorei si snodano dall’alto, ornati di rami e di ghirlande (il frutto della rovere, Sisto IV, il costruttore, apparteneva alla nobile famiglia Della Rovere), alternati a scudi romani o a corazze corusche. Altri festoni in rilievo salgono dal basso e presentano ricami finissimi scalpellati nel marmo. Sotto la patina del tempo si nota che il armo era policromo.

Sui due fianchi, rami di quercia salgono verso l’alto, incrociandosi a grappoli di ghiande e a qualche cinghialetto brucherellante. Nella conchiglia, in alto, una rappresentazione dello Spirito Santo. Quale guida azzarda per questo portale l’epiteto di Porta del Paradiso. Oltrepassiamo la soglia.

La corsia Sistina

Lo spettacolo che ti accoglie è tra i più belli per l’imponenza e l’armonia degli spazi. Anzitutto il tiburio ottagonale, sormontato da una cupola, vivamente ornato, vivacizzato da sculture e affreschi. Al centro, l’edicola di S. Giobbe, delicata opera romana di Andra Palladio, con quattro colonne doriche di porfido. E poi sui lati, la grandiosa e unica al mondo corsia sisitina: 126m di lunghezza, 13,50 di altezza, 12 di larghezza. Sisto IV ne aveva fatto rivestire le pareti con pelli di cuoio per creare un ambiente di lusso più che per motivi di igiene; 45 grandi affreschi tra le finestre in alto la raggentilivano. I letti erano a baldacchino. Un solo malato per letto. Il soffitto a cassettoni dorati, ma un insieme grandioso da rallegrar lo spirito.

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