Una riflessione sulla Vita Religiosa

Dal sito: USG Unione Superiore Generali (usgroma.org)

 

Dimensione profetica della vita religiosa

Questo tempo di crisi globale, in un mondo spaccato dalla pandemia di Covid, dal razzismo, dalla violenza e dalla divisione, richiede una risposta profetica da parte di uomini e donne religiosi. Il grido “non riesco a respirare” di George Floyd ingigantisce le lotte di milioni di persone infettate dal Covid o calpestate da strutture oppressive, con molte parti del pianeta Terra che sono prive dell’ossigeno necessario alla vita per fiorire. Come siamo chiamate/i a rispondere noi religiose e religiosi? Cosa può offrire la nostra vita di voto, vissuta in comunità, in mezzo a questa sofferenza?

Patricia Murray, IBVM

La profezia della debolezza

La pandemia di Covid-19 ha accentuato le caratteristiche della fine di un’epoca, un cambiamento di civilizzazione. E la storia ci dice che il periodo più o meno lungo che precede la nascita di una nuova civilizzazione è un periodo di decadenza: un tempo caotico e pieno di incertezza, esattamente come questo momento in cui ci troviamo.

Cercando ispirazione per il momento presente, ho rivolto il mio sguardo alle prime comunità cristiane, che si sono sviluppate ed espanse in modo inspiegabile durante un periodo molto difficile per loro, anche più del nostro.

A questo proposito, sono stato sorpreso recentemente, leggendo una profonda riflessione di un pastore della Chiesa luterana, di incontrare il neologismo “anti-fragile” applicato alla Chiesa. Egli ne fa un’interpretazione molto suggestiva: i sistemi meccanici sono fragili nella loro complessità; i sistemi organici, invece, sono anti-fragili perché sono progettati per crescere sotto pressione. Alcune parti del nostro corpo, come le ossa o i muscoli, per esempio, hanno bisogno di pressione per rimanere sane e crescere più forti. Allo stesso modo, la chiesa primitiva era un sistema profondamente anti-fragile, che cresceva e si rafforzava man mano che la pressione su di essa aumentava.

Possiamo applicare lo stesso concetto alle nostre comunità o congregazioni. Siamo nati in condizioni di stress, di pressione, e ci sviluppiamo meglio in queste condizioni. D’altra parte, quando non c’è questa pressione ci rilassiamo, e perdiamo forza e ci ammaliamo.

Se vivere sotto pressione fa parte delle condizioni normali della comunità cristiana per il suo sviluppo e consolidamento, allora è normale che i primi cristiani apprezzassero tanto la virtù della pazienza che, secondo il dizionario, è la “capacità di soffrire o sopportare qualcosa senza arrabbiarsi”.

Cipriano di Cartagine, Giustino, Clemente di Alessandria, Origene, Tertulliano ne parlano, considerandola una virtù peculiarmente cristiana, e la più grande e più alta di tutte le virtù. Sapersi nelle mani di Dio: senza voler controllare gli eventi, vivere senza ansia o fretta, e senza mai usare la forza per raggiungere le mete che vorremmo raggiungere. Giustino descrive la pazienza come strana, e sottolinea che ha provocato molte conversioni di pagani.

La testimonianza attraverso la pazienza è stata come il lievito che si mette nella farina e la fa fermentare. Sia i primi cristiani che i nostri fondatori e fondatrici sono stati attivamente coinvolti nella nascita del nuovo in un mondo decadente.

Anche se i segni esteriori possono dare l’impressione del contrario, la Vita Religiosa ha una grande attualità. Al centro di ciò che siamo chiamati/e a essere c’è esattamente ciò di cui le donne e gli uomini di oggi hanno bisogno. Al centro della nostra vita c’è una serie di non negoziabili che, vissuti in autenticità, hanno l’enorme potere di germinare. Una tale vita è nel suo insieme un profetico contrasto alle pratiche decadenti del momento presente ed è un paziente lievito di cambiamento.

Mi attendo che “svegliate il mondo”, perché la nota che caratterizza la vita consacrata è la profezia. Come ho detto ai Superiori Generali «la radicalità evangelica non è solamente dei religiosi: è richiesta a tutti. Ma i religiosi seguono il Signore in maniera speciale, in modo profetico». È questa la priorità che adesso è richiesta: «essere profeti che testimoniano come Gesù ha vissuto su questa terra … Mai un religioso deve rinunciare alla profezia». (Lettera Apostolica di Papa Francesco a tutte le persone consacrate, II, 2)

Non la radicalità, ma la profezia. O forse meglio ancora, la radicalità della profezia. Ovviamente, non è una profezia che si erige come modello per chicchessia nella Chiesa, ma piuttosto la profezia della piccolezza e della debolezza, che testimonia la misericordia di Dio. La profezia – dice Fratel Michaeldavide Semeraro – è la capacità di abbracciare la morte, il fallimento, la non visibilità, la marginalità, e di farlo come opzione permanente per tutta la vita.

Emili Turú, FMS