Fratelli d’Ebola! P. Aris Miranda – Camilliano – in Sierra Leone

«A guarire i malati – scrisse Giovanni Papini –
non bastano le medicine, occorre l’amore,
cioè l’alta temperatura dell’anima.
Febbre contro febbre,
spirito contro carne.
Questo ha fatto S. Camillo».

ARIS PER ARTICOLO

P.Aris Miranda

Questo pomeriggio – sabato 18 agosto – il nostro amico e confratello p. Aris Miranda – consultore generale per il ministero e coordinatore di Camillian Task Force – è partito alla volta di Makeni in Sierra Leone, terra particolarmente provata dal flagello di Ebola, dove uomini e donne – già duramente provati da una povertà endemica – sono ora tormentati nel corpo, nella salute, nello spirito e nell’indigenza più totale anche da Ebola.

P. Aris, si va ad aggiungere ad una schiera già numerosa  determinata di uomini e donne che hanno già risposto all’appello del “malcapitato” (Lc 10,25-37) – e come spesso capita in questi casi – silenziosa, poco preoccupata dei riflettori e degli indici di gradimento, che “non provoca per esistere, ma esiste per provocare”; uomini e donne che hanno avuto l’audacia di vedere e non passare oltre, di vedere e fermarsi, per offrire veramente “poco” di fronte all’immensità dei bisogni che ancora una volta “ebola” ha messo in evidenza, nel cuore dell’Africa. Un “poco” che secondo la logica del vangelo è l’unica cifra reale dell’Avvento del Regno di Dio (piccolo è il seme gettato in terra, insignificante il lievito gettato nella pasta, fioca la luce che fronteggia il muro di tenebre); un “poco” che però ha la dimensione e l’efficacia del bicchiere d’acqua dato all’assetato!

P. Aris raggiungerà la comunità locale di Makeni in Sierra Leone – in modo particolare in collaborazione con p. Natale Paganelli, Amministratore apostolico di quella comunità ecclesiale – forte dell’appoggio intelligente, motivato e determinato di un gruppo più nutrito e meglio attrezzato di confratelli, volontari e professionisti della salute che nelle prossime settimane a partire dalle stesse osservazioni, dai rilievi, dagli incontri e dai colloqui di p. Aris in questi giorni, potranno organizzare un intervento ancora meglio organizzato e finalizzato.

Scrivendo queste poche righe di saluto grato, di incoraggiamento e di stima per p. Aris mi è venuta in mente una celebre pagina delle “Lettere dal deserto” di Carlo Carretto, in cui viene presentato il senso e soprattutto lo stile dell’autentica dedizione evangelica per il prossimo, una dedizione fatta di immersione nell’umano, di incarnazione nelle ferite purulente della storia

  Questo presentarsi povero, questo vestire “come loro”, questo accettare la loro lingua, i loro costumi, di colpo ha fatto cadere il muro e ha permesso il dialogo, l’autentico dialogo: quello tra uguali.

Percorrevo a cammello la pista tra Geriville e El Abiod, ed ero diretto ad una zona desertica, per qualche giornata di solitudine.

  Ad un certo punto della pista m’imbatto in un cantiere di lavoro.

  Rimonto la fila del manovali disseminati sulla pista, rispondo al loro saluto, offro la mia “gherba” di 30 litri di acqua alla loro sete.

Ad un certo punto, tra le bocche che si avvicinano al collo della “gherba” per bere, vedo schiudersi un sorriso che non dimenticherò più.

  Povero, stracciato, sudato, sporco: è frère Paul, un piccolo fratello che ha scelto quel cantiere per vivere il suo calvario e mescolarsi a quella pasta come lievito evangelico.

 Io conoscevo bene frère Paul, perché avevo fatto il noviziato assieme. Ingegnere parigino, lavorava in una di quelle commissioni destinate a preparare la bomba atomica di Reganne, quando sentì la chiamata del Signore. Lasciò ogni cosa e fu piccolo fratello.

Ora era lì; e nessuno sapeva che era un ingegnere: era un povero come gli altri. Ricordo sua madre quando venne in occasione dei voti al noviziato

  “Mi aiuti, fratel Carlo, a capire la vocazione di mio figlio. Io l’ho fatto ingegnere, voi l’avete fatto manovale. Ma perché? O almeno vi serviste di mio figlio per quel che vale! No: dev’essere un manovale. Ma dite, alla Chiesa non ne verrebbe più decoro, più efficacia a farlo agire come intellettuale?“.

  “Signora, rispondevo io, ci sono cose che non si possono capire con l’intelligenza e il senso comune. Solo la fede ci può illuminare. Perché Gesù volle essere Lui povero? Perché volle nascondere la sua divinità e la sua potenza e vivere tra noi come ultimo? Perché, signora, la sconfitta della croce, lo scandalo del Calvario, l’ignominia della morte per Lui che era la Vita? No, signora; la Chiesa non ha bisogno di un ingegnere di più, ma ha bisogno di un chicco di grano di più da far morire nei suoi solchi. E più questo chicco è turgido di vita e sapido di cielo e di sole, e più sarà gradito alla terra che lo deve accogliere per la futura messe“.

Naturalmente anche noi abbiamo suggerito a p. Aris di “pensarci bene prima di partire”,  di essere prudente”, allarmati dalle notizie – sempre molto occidentali – che la stampa rimbomba nel nostri notiziari e dalla nevrosi collettiva che rischiano di suscitare. Forse volevamo più o meno inconsciamente dirgli di stare a casa. E pensando a questo dal pozzo del mio cuore è emerso un passaggio straordinario della nostra storia camilliana: «Fermatevi! Dove andate?! A Milano c’è la peste!». Così alcuni contadini della campagna pavese, nell’inverno del 1594 tentavano di fermare un gruppo di uomini che cavalcavano verso il Ducato di Milano. Saputo dello scoppio del contagio, p. Camillo aveva raccolto mezza dozzina dei suoi compagni, a Genova, ed era partito a spron battuto per portare soccorso. «È proprio per questo che ci andiamo!», rispose dunque senza rallentare la corsa.

A noi spetta coltivare il senso di stima e di amicizia, lo spirito della preghiera affinché Dio sostenga e performi le iniziative di bene del nostro amico e perché no … mettere mano anche al portafoglio ed “estrarre due denari” (Lc 10,35), come fece il buon samaritano, magari aderendo alla sottoscrizione  “Fratelli d’Ebola”!

p. Gianfranco Lunardon