“La vecchiaia: il nostro futuro. La condizione degli anziani dopo la pandemia”

Documento della Pontificia Accademia per la Vita: “La vecchiaia: il nostro futuro. La condizione degli anziani dopo la pandemia”, 09.02.2021

LA VECCHIAIA: IL NOSTRO FUTURO

La condizione degli anziani dopo la pandemia

Una lezione da apprendere

È ora il tempo di “trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati, e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, di solidarietà”[1] . Così Papa Francesco si esprimeva nella preghiera del 27 marzo del 2020 in una piazza San Pietro vuota, dopo averci ricordato che “avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti…”[2].

La Pontificia Accademia per la Vita – d’intesa con il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale – si è sentita interpellata ad intervenire con una riflessione sugli insegnamenti da trarre dalla tragedia della pandemia, sulle sue conseguenze per l’oggi e per il prossimo futuro delle nostre società. In questa prospettiva si possono leggere anche i documenti già pubblicati dall’Accademia: “Pandemia e Fraternità universale”[3] e «“Humana Communitas”[4] nell’era della pandemia. Riflessioni inattuali sulla rinascita della vita»[5].

La pandemia ha fatto emergere una duplice consapevolezza: da una parte l’interdipendenza tra tutti e dall’altra la presenza di forti disuguaglianze. Siamo tutti in balìa della stessa tempesta, ma in un certo senso, si può anche dire che stiamo remando su barche diverse: le più fragili affondano ogni giorno. È indispensabile ripensare il modello di sviluppo dell’intero pianeta. Tutti sono interpellati: la politica, l’economia, la società, le organizzazioni religiose, per avviare un nuovo assetto sociale che metta al centro il bene comune dei popoli. Non c’è più nulla di “privato” che non metta in gioco anche la forma “pubblica” dell’intera comunità. L’amore per il “bene comune” non è una fissazione cristiana: la sua articolazione concreta, adesso, è diventata una questione di vita o di morte, per una convivenza all’altezza della dignità di ciascun membro della comunità. Tuttavia, per i credenti la fraternità solidale è una passione evangelica: apre gli orizzonti ad un’origine più profonda e ad una destinazione più alta.

In tale difficile contesto si staglia l’ultima Enciclica di Papa Francesco, Fratelli tutti, che, provvidenzialmente, disegna l’orizzonte in cui collocarci per delineare quella “prossimità” al mondo degli anziani, che sino ad oggi è stato spesso “scartato” dall’attenzione pubblica. Gli anziani, infatti, sono stati tra i più colpiti dalla pandemia. Il numero di morti tra le persone oltre i 65 anni è impressionante. Papa Francesco non manca di rilevarlo: “Abbiamo visto quello che è successo agli anziani in alcuni luoghi del mondo a causa del coronavirus. Non dovevano morire così. Ma in realtà qualcosa di simile era già accaduto a motivo delle ondate di calore e in altre circostanze: crudelmente scartati. Non ci rendiamo conto che isolare le persone anziane e abbandonarle a carico di altri senza un adeguato e premuroso accompagnamento della famiglia, mutila e impoverisce la famiglia stessa. Inoltre, finisce per privare i giovani del necessario contatto con le loro radici e con una saggezza che la gioventù da sola non può raggiungere”[6].

Il documento che il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita ha pubblicato il 7 aprile 2020, poche settimane dopo l’inizio del lockdown in alcuni paesi europei, si sofferma sulla difficile situazione degli anziani e individua nella solitudine e nell’isolamento uno dei principali motivi per cui il virus si sta abbattendo così duramente su questa generazione. Nel testo si afferma che “una particolare attenzione meritano coloro che vivono all’interno delle strutture residenziali: ascoltiamo ogni giorno notizie terribili sulle loro condizioni e sono già migliaia le persone che vi hanno perso la vita. La concentrazione nello stesso luogo di così tante persone fragili e la difficoltà di reperire i dispositivi di protezione hanno creato situazioni difficilissime da gestire nonostante l’abnegazione e, in alcuni casi, il sacrificio del personale dedito all’assistenza” [7].

Il Covid-19 e gli anziani

Durante la prima ondata della pandemia una parte considerevole dei decessi da Covid-19 si è verificato nelle istituzioni per anziani, luoghi che avrebbero dovuto proteggere la “parte più fragile della società” e dove invece la morte ha colpito sproporzionatamente di più rispetto alla casa e all’ambiente familiare. Il capo dell’Ufficio europeo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato che nella primavera del 2020 fino alla metà dei decessi per coronavirus nella regione sono avvenuti nelle case di cura: una “tragedia inimmaginabile”, ha commentato[8]. Dai calcoli comparati dei dati si rileva che la “famiglia”, invece, a parità di condizioni, ha protetto molto di più gli anziani.

L’istituzionalizzazione degli anziani, soprattutto dei più vulnerabili e soli, proposta come unica soluzione possibile per accudirli, in molti contesti sociali rivela una mancanza di attenzione e sensibilità verso i più deboli, nei confronti dei quali sarebbe piuttosto necessario impiegare mezzi e finanziamenti atti a garantire le migliori cure possibili a chi ne ha più bisogno, in un ambiente più familiare. Tale approccio manifesta in maniera evidente ciò che Papa Francesco ha definito la cultura dello scarto[9]. I rischi legati all’età come solitudine, disorientamento, perdita della memoria e dell’identità e decadimento cognitivo possono, in questi contesti, manifestarsi più facilmente, laddove invece la vocazione di questi istituti dovrebbe essere l’accompagnamento familiare, sociale e spirituale della persona anziana nel pieno rispetto della sua dignità, in un cammino sovente segnato dalla sofferenza.

Già negli anni in cui era Arcivescovo di Buenos Aires, Papa Francesco sottolineava che “l’eliminazione degli anziani dalla vita della famiglia e della società rappresenta l’espressione di un processo perverso in cui non esiste più la gratuità, la generosità, quella ricchezza di sentimenti che fanno sì che la vita non sia solo un dare e avere, cioè un mercato… Eliminare gli anziani è una maledizione che spesso questa nostra società si autoinfligge” [10].

È perciò quanto mai opportuno avviare una riflessione attenta, lungimirante e onesta su come la società contemporanea debba farsi “prossima” alla popolazione anziana, soprattutto laddove sia più debole. Peraltro, quanto è accaduto durante il Covid-19 impedisce di liquidare la questione della cura degli anziani con la ricerca di capri espiatori, di singoli colpevoli e, di contro, che si alzi un coro in difesa degli ottimi risultati di chi ha evitato il contagio nelle case di cura. Abbiamo bisogno di una nuova visione, di un nuovo paradigma che permetta alla società di prendersi cura degli anziani.

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