San Camillo: profilo biografico e novità antropologica apportata. Il coraggio di osare!

La «nuova scuola di carità»

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Pietro Pacilli, S. Camillo de Lellis, 1753, Basilica di S. Pietro, Città del Vaticano, Roma

La prima ispirazione ebbe in Camillo e nei suoi primi compagni uno sviluppo straordinariamente fecondo. L’esperienza quotidiana nelle corsie degli ospedali, la riflessione comunitaria e l’assiduità nella preghiera approfondirono le motivazioni e la competenza nell’assistenza del malato, chiarirono e determinarono le linee d’azione del gruppo. Tale nuova scuola di carità a quattrocento anni di distanza non ha perso nulla della sua attualità: anzi appare anticipatrice di concetti e di modi d’assistenza che oggi si stenta non poco a recuperare.

Nelle prime regole, dettagliate, precise e organiche, che il gruppo si diede due anni dopo il suo inizio di vita, si pone prima di tutto il principio ispiratore del nuovo «servizio sanitario» che stava sorgendo: «Ognuno riguardi al povero come à la persona del Signore». Questo riporta il malato al suo ruolo naturale nell’ospedale, cioè, il ruolo di «Signore e Padrone» che va servito e non strumentalizzato per i propri interessi. Poi vengono precisati gli «Ordini et modi che si hanno da tenere nelli hospitali in servire li poveri infermi». Da questi Ordini et modi emergono alcuni insegnamenti di grande attualità.

  • Il malato è una persona indivisibile nella sua realtà umana e va raggiunto nella globalità dei suoi bisogni che sono interdipendenti. Questa visione antropologica che sta alla base della moderna medicina psicosomatica (olistica), trova già in Camillo un interprete attento e sensibile. Le indicazioni e le norme che egli dà al suo gruppo esprimono sempre questa costante: il corpo e l’anima sono inscindibili nel malato, e le sue necessità corporali e spirituali devono essere sempre attese in una visione unitaria della persona. Per questo vuole nella sua Compagnia sacerdoti e laici e li impegna tutti nella cura globale del malato. Di fronte ai malati esige da se stesso e dai suoi una totale disponibilità, «acciò – come prescrive nella regola – possiamo servirli con ogni charità così dell’anima, come del corpo», realizzando nella quotidianità «l’opre di misericordia, corporali et spirituali».

Sulla fine del XVI secolo, con tutte le difficoltà frapposte dalle concezioni culturali e dalla carenza delle strutture e dei servizi, Camillo e i suoi compagni operavano già su questa linea. Le intuizioni della carità avevano anticipato di secoli le acquisizioni della scienza e della organizzazione sanitaria.

  • Amore materno. Camillo non aveva alcuna cognizione di psicologia sistematica, ma aveva dalla sua parte due enormi vantaggi: aveva sperimentato, e sperimentava tuttora, sofferenza, solitudine, carenza di affetto materno (la madre, Camilla de Compellis, gli era morta quando lui era poco più che dodicenne) e aveva una grandissima carica d’amore. Comprendeva, pertanto, da esperto del soffrire, la situazione dei suoi ammalati e il bisogno che essi avevano di una madre di cui, forse, avevano dimenticato i lineamenti del volto.
    Non era certamente facile trovare nei serventi del tempo la tenerezza e la dolcezza di uno sguardo materno e poteva sembrare assurdo chiedere questa tenerezza a uomini che, forse, sino a poco tempo prima avevano maneggiato la spada. Ma Camillo prescrive perentorio: «prima ognuno domandi grazia al Signore che gli dia un affetto materno verso il suo prossimo … perché desideriamo con la gratia di Dio servire a tutti gli infermi con quell’affetto che suol un’amorevole Madre al suo figliuolo infermo». Un amore materno, quindi, nella sua espressione più appassionata. Per appartenere al gruppo di Camillo questa è la prima condizione. A questo principio fa poi seguire norme accurate sul come aiutare i malati a mangiare, sulla delicatezza da usarsi nel rifare i letti, soprattutto dei più gravi, sulla prontezza a rispondere alle chiamate. Di queste norme ne riporto un breve passaggio: «quando gli infermi haveranno bisogno di essere levati con le braccia, ognuno avvertisca di levarli con la charità possibile, procurando di non farli far troppo moto, e non farli pigliar freddo, coprendoli subito che li leveranno dal letto, e che stiano con la testa poco alta». Sono indicazioni in cui una sorprendente precisione della tecnica infermieristica è ravvivata dal calore che soltanto l’affetto della madre può comunicare anche alle azioni più semplici.

 

  • Rispetto della dignità e della libertà del malato. Un altro insegnamento di Camillo porta una notevole innovazione nell’assistenza e si traduce in un geloso rispetto della dignità e della libertà del malato. Quando egli impegna la sua comunità negli ospedali ha presente le discriminazioni che in essi avvenivano e pertanto prescrive che tutti gli infermi senza alcuna distinzione hanno diritto al servizio dei suoi nuovi Ministri degli Infermi. La Roma del seicento era popolata da gente proveniente da tutte le regioni d’Italia e da tante altre nazioni del mondo. Devoti pellegrini e avventurieri di ogni risma percorrevano al tempo di Camillo le strade di Roma. Le varie comunità nazionali erano gelosamente divise e molte volte erano ostili fra di loro. Ma gli ospedali erano sempre il rifugio di tutti e tutti vi si ritrovavano senza distinzione di nazione, di religione e di censo.
    Per Camillo e per la sua comunità a creare il diritto all’assistenza è soltanto il bisogno e la malattia, e la precedenza è stabilita solamente dal grado di povertà, di ripugnanza, di gravità e di abbandono. Nella linea evangelica (cfr. orfani, forestieri, vedove) i più poveri, i più fetidi, i più gravi sono i prediletti e devono avere la precedenza. Su questo punto Camillo non ammette deroghe.
    Anche le moderne legislazioni degli Stati più evoluti intendono assicurare a tutti una prestazione d’assistenza senza distinzione di condizioni individuali e secondo modalità che assicurino l’uguaglianza. Quattrocento anni fa era l’amore a farsi garante di una vera uguaglianza di servizio. E forse … con i migliori risultati. Per questo Camillo non tollera offese alla dignità del malato. L’abitudine a vedere in ogni volto, anche nel più sfigurato, il volto di Cristo gli faceva

    24 Firenze

    Cristo Crocifisso incoraggia S. Camillo a proseguire la fondazione dell’Ordine Religioso dei Ministri degli Infermi. Firenze – Chiesa di S. Maria Maggiore. Pala d’Altare di Antonio Bettini, fiorentino (sec. XVIII)

    assumere un tale atteggiamento di riverenza che, come afferma un testimone, quando Camillo serviva un malato «quasi l’adorava».
    In un altro punto la sua normativa è rivoluzionaria di fronte a usi, tradizioni e norme ormai radicate da secoli: la tutela del rispetto della libertà del malato e, soprattutto, della sua libertà di coscienza. L’antica regola del Santo Spirito prescriveva che i malati prima di essere messi a letto dovevano confessarsi e comunicarsi. Camillo invece prescrive, e sorveglia scrupolosamente che così sia fedelmente eseguito, che i malati appena giunti all’ospedale siano messi a letto senza remore e con lenzuola ben pulite, poi si domandi con discrezione se desiderino i Sacramenti, badando bene che tutto si faccia «con consenso però dell’infermo».
    Anche su questo punto, in anticipo sui tempi, Camillo e i suoi compagni sono impegnati per la tutela della salute nel pieno «rispetto della dignità e della libertà della persona umana», non con proclami e con dichiarazioni d’intenti, ma con una verità-carità prassificata, di giorno e di notte, anche quando l’assistenza diventava rischiosa, come nei tempi delle pestilenze, che con tanta frequenza flagellavano e decimavano le nostre regioni, senza nulla chiedere se non la grazia di poter servire il fratello infermo.
    Questa la nuova dimensione che l’assistenza veniva acquistando negli ospedali di Roma e di altre città d’Italia. E allora non fa più meraviglia leggere quel che Camillo diceva a un suo compagno, un po’ riluttante a compiere un servizio particolarmente ributtante: «Fratello mio, sappi che né tu né io siamo degni di far questa carità». L’assistenza al fratello infermi stabilisce così un titolo d’onore in chi la compie.